Da Luigi Moretti alla Triennale del 1960 fino al manifesto di Patrik Schumacher e alle opere di Zaha Hadid: storia dell’architettura che affida la forma agli algoritmi, e che da metodo vuole diventare stile
Intervista al designer Ron Gilad sull’importanza dell’illuminazione degli spazi e delle città contemporanee
In che modo la luce può definire uno spazio, e una città in particolare? Ci sono infiniti modi probabilmente e non ne esiste uno migliore degli altri. Certo è che anche l’illuminazione urbana migliora l’attrattività di uno spazio e ha il suo impatto sociale sulle varie comunità che abitano una città. La luce riguarda infatti temi quali la sicurezza, l’ambiente, il benessere in generale dei cittadini, interferisce su ecosistemi e ritmi biologici. Ne abbiamo parlato con Ron Gilad che ha sempre vissuto in grandi città - Tel Aviv dove è nato, New York, e oggi anche Milano - le cui opere sono esposte tra l’altro al Tel Aviv Museum of Arte e al MoMa. Opere che hanno spesso al centro la luce quale elemento concettuale con il quale ama giocare sorprendendo sempre lo spettatore. E se i cittadini stessi fossero, non solo i protagonisti attivi, ma gli spettatori dello spettacolo delle città? Cosa desidererebbero di più oggi? Ron Gilad ha un pensiero ben preciso che parte proprio da molte domande che lui stesso si pone partendo dal “non sapere”, che trova essere l’aspetto più interessante del suo lavoro con la luce.
"Lavoro per intuizione, osservazione, esperienza, buon senso e, si spera, una certa dose di talento. Creo cose per scoprire cosa penso, piuttosto che perché so già cosa penso. Questo vale soprattutto per la luce. Non la considero semplicemente qualcosa che illumina lo spazio. La luce cambia la nostra percezione dello spazio, gli conferisce presenza, nasconde cose, rivela cose, crea atmosfera e a volte diventa lo spazio stesso. Piuttosto che definire teoricamente la relazione tra luce e spazio, preferisco costruire situazioni in cui tale relazione possa essere vissuta, nel bene e nel male”.
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Traslando questa concezione di luce e del suo rapporto con uno spazio alla città per la sua interezza si capisce come per Gilad non esista “il modo migliore” per illuminarla. “Nel momento in cui una città ha l'illuminazione perfetta, sospetto che l'abbiamo già sovra-progettata. Una città dovrebbe avere luce, ma anche oscurità; illuminazione, ma anche mistero. Dovrebbe permettere alla luce di appartenere all'architettura, alle strade, alle persone e, a volte, semplicemente di lampeggiare”.
E in un momento storico come quello attuale in cui ci chiediamo continuamente quale sia il ruolo di queste grandi città, connettori di legami sociali dove però spesso manca il luogo di incontro semplice e diretto dal quale poi nasce il contatto reale e quindi le relazioni, ripensare alla luce quale elemento facilitatore è più importante che mai. Anche senza averne una precisa teoria ma mantenendo una curiosità nei suoi confronti che ci permette di continuare a cercare il modo giusto. Perché forse proprio “creare cose è il miglior modo di pensare”.



