Roberto Lazzeroni, professione designer
Aspettando il supersalone. Il progettista toscano, che a settembre non mancherà l’appuntamento di Milano, si racconta: tra riflessioni per il futuro, vecchie abitudini e un “ottimismo della ragione”.
Di giustezza, perfezione e bellezza: un anno a progettare in smartworking, il supersalone in arrivo e nuovi progetti da presentare: Roberto Lazzeroni, il designer toscano che vive in una casa giardino a Pisa, racconta ritualità, pensieri sul futuro e il suo design sentimentale.
A settembre ci sarò, e spero che ci sia tanta altra gente. Presento una collezione di componibili per Giorgetti, un progetto nuovo di imbottiti con un disegno organico molto interessante, con un segno preciso che esce fuori dalla tipologia classica. Giorgetti è un’azienda speciale che continua, rispetto al mercato, ad avere una trasversalità: qualsiasi prodotto pensato per loro deve avere queste caratteristiche. Poi ci sarà una collezione outdoor per Poltrona Frau, la prima volta per loro, si tratta di un prodotto in legno di teak, realizzato con segni molto sottili ed estremamente fini.
Devo dire che potrebbe essere stimolante come formula perché per tutti noi potrebbe voler dire raccontare i prodotti in modo diverso, non in maniera banalmente commerciale. Il supersalone diventa magari un momento in cui può essere interessante narrare, a partire dai prodotti, le storie di un’azienda con un’ottica più affascinante e meno di mercato. Da una parte c’è un grosso punto interrogativo, dall’altra potrebbe anche diventare una consuetudine.
È un evento che travolge tutti, certo ho una serie di ritualità che mi permettono di trovare casa mia anche a Milano. Vado spesso al ristorante Torre di Pisa e l’albergo è sempre lo stesso. Spesso vivo anche il Fuorisalone per l’energia alternativa che si respira. Mentre il Salone, a volte, sembra una vecchia signora un po’ sgualcita, celebrativa e un po’ pomposa, con le iniziative del Fuorisalone la narrazione non è mai appiattita. Mi ricorda quando ho iniziato la professione di designer e lavoravo alla Gufram. È davvero un altro mondo, pieno di sperimentazioni.
Il Salone del Mobile ogni anno è incredibile, mi piace meno l’idea consumistica di disegnare prodotti solo per l’occasione, prodotti di cui, tra l’altro, ne resteranno pochi. Siamo schiavi di un sistema capitalista che però da tempo mostra i limiti.
Con la pandemia la situazione è peggiorata ulteriormente. Questa ricerca assoluta del profitto, anche un po’ stupida, doveva modificarsi. Ricordo che tanti anni fa, negli anni ’70 a Torino, veniva realizzata una sorta di Expo dove si presentava il prodotto in un modo sperimentale. Esisteva già l’idea di poter affiancare a un Salone merceologico votato al mercato qualcosa di diverso, dove si potessero fare delle narrazioni differenti.
Vorrei essere ottimista e dire che abbiamo imparato qualcosa, ma temo non sarà così. La pandemia ci ha fatto capire che non siamo solo noi al centro. Bisognerebbe ridimensionare l’ego, ognuno pensa di essere più importante dell’altro. Invece la pandemia ci ha insegnato che siamo connessi, attaccati tra di noi. Non si può risolvere il problema del singolo se non si risolve il problema collettivo. L’idea di sé al di sopra di tutto è una stupidaggine senza fine, anche nel design.
C’è stato un proliferare dei progetti outdoor, come se si avvertisse il bisogno di tornare alla natura, alla campagna, a una vita meno costrittiva. Diciamo che c’è stata una riscoperta della natura, elemento che ci costringerà a riflettere sulla progettazione. Vivo in una casa con un giardino, si fa fatica a distinguere tra interno ed esterno, a capire dove finisce uno spazio e inizia l’altro, quindi per me il rapporto con la natura è sempre stato fondamentale. Anche lo smart working - che purtroppo ho avuto modo di sperimentare - porterà a cambiare gli spazi del lavoro.
Con il prodotto ho un rapporto speciale, avendo un catalogo approfondito delle forme e una conoscenza del passato, il mio rapporto è sentimentale. I miei progetti sono legati da elementi diversi rispetto alla funzionalità, più sensibili. Gli oggetti si possono toccare, guardare, hanno delle caratteristiche più femminili. Sentimentalmente si rifanno a cose del passato, possono essere banali citazioni, un recupero, un rifarsi sentimentalmente a un periodo, a un’epoca. Ma attenzione, nulla di nostalgico, tutto resta contemporaneo.
Il mondo va avanti e troveremo soluzioni. Nonostante sembri il contrario, sono profondamente ottimista, altrimenti non potrei fare questo lavoro con impegno e convinzione. L’ottimismo è dato dal lavoro quotidiano, aldilà delle nostalgie e dei sentimentalismi. Lo chiamerei l’ottimismo della ragione, parafrasando qualcuno. Andiamo avanti lavorando in maniera importante, inseguendo l’idea di perfezione, di giustezza e di bellezza.